Paolo Crepet fa “crepare” le persone? Arroganza contro inettitudine

DISCLAIMER: La mia è una personale opinione che non vuole nè offendere nè diffamare la persona e il personaggio di Paolo Crepet. Mi limiterò ad analizzare i suoi comportamenti vissuti dal vivo da un mio amico dando spunti di riflessione.

Paolo Crepet, un celebre sociologo, psichiatra, ma soprattutto scrittore italiano. Deve la sua notorietà principalmente alla sua partecipazione a talk show a tema sociologico, ma soprattutto alle sue opere di saggistica, caratterizzate da un linguaggio semplice e familiare per il lettore medio, e ai suoi aforismi d’impatto che ormai al pari di filosofi e persone che hanno segnato la cultura mondiale dilagano in questo nuovo mondo che è internet.

Indubbiamente una persona degna di attenzione, che ha spinto molte persone e famiglie a riflettere sulla propria vita, a come viverla al meglio e quale sia il suo reale scopo.

Non sto qui a elencarvi le sue opere, ma giusto per coloro a cui questo personaggio è meno noto cito “Sull’amore”, un saggio in cui esprime la sua opinione riguardo l’amore (ovviamente) di come esso sia spesso messo in secondo piano e ormai svalutato nella società dei nostri tempi nonostante sia l’unica forza motrice della nostra vita.

In “Baciami senza rete” si evince la sua critica nei confronti del mondo virtuale e di come le telecomunicazioni attuali rapiscano l’attenzione delle attuali generazioni, così come di quelle future. E’ degna di nota comunque la pacatezza con cui esprime queste critiche che più che critiche sono un’esposizione degli effetti indesiderati delle nuove tecnologie.

Potrei parlare per ore insomma di Paolo Crepet e comunque non riuscirei a dare a nessuno un quadro completo del suo pensiero che può essere condivisibile o meno.

Insomma qual è il problema? Perchè fa “crepare” le persone?

Il titolo è senza dubbio provocatorio, ma la mia opinione non si basa sul suo operato nel mondo letterario di cui ho scarse conoscenze, e nemmeno sulle sue argomentazioni espresse in televisione. Il tutto si basa sull’esperienza di un mio amico, che vuole restare anonimo, che ha sofferto di disturbi depressivi e con cui Crepet ha avuto una chiacchierata.

Lo chiameremo Pietro.

Parto dicendo che Pietro era in lacrime e a seguito di un lungo periodo di convalescenza in cui stava riscoprendo la gioia di vivere, Crepet sembrava averlo fatto ricadere in uno stato di tristezza infinita.

No, non si tratta di depressione, la depressione non ti fa piangere, sopprime piuttosto le tue emozioni. Quella era semplice tristezza.

Dopo vari consulti è riuscito a ottenere un colloquio con un famoso psichiatra, sperando ovviamente di ottenere da una persona di una certa esperienza consigli validi per vivere al meglio la vita.

Mi racconta che ha avuto un’accoglienza molto fredda, Paolo Crepet non lo guardava nemmeno negli occhi un po’ come nelle trasmissioni in televisione.

La differenza è che ai telespettatori sembri un pensatore, al tuo interlocutore, nel migliore dei casi, sembri un maleducato.

A Pietro sembrava solo un po’ menefreghista, sembrava già sapesse tutto ancor prima di raccontare la sua storia.

Pietro era tornato sei mesi prima a casa sua a Roma dopo vari mesi di studio all’estero, dove nella completa solitudine era sbocciata piano piano la sua patologia che altri tre psichiatri avevano diagnosticato come depressione maggiore.

Racconta a Crepet questo e la sua domanda viene spontanea: “Perchè sei tornato a Roma?”.

Pietro inizia a provare a dare una spiegazione dei suoi disagi puramente astratti, che non erano basati su un fallimento, un lutto o una separazione, lui ha sempre avuto una visione particolare del mondo che ci circonda, un po’ come me, un po’ come tutti i depressi.

Pietro prova a dire di volere essere semplicemente normale e felice. Tornare a fare una vita normale, come tutti gli studenti fuori sede.

Crepet: “Che cos’è la normalità al giorno d’oggi? Le persone che vanno a ubriacarsi o a drogarsi il sabato sera per fare finta di essere contenti? Devi ritenerti fortunato a essere diverso da loro, anche io sono diverso da loro.”

Pietro è d’accordo con Crepet, ed è sempre stato pienamente consapevole, nonostante i suoi trascorsi con la marijuana in passato di cui faceva uso e abuso nei momenti peggiori, per esempio durante gli attacchi di panico notturni.

Pietro ha sempre saputo che la droga non è mai la soluzione, ma l’ha sempre usata come “alleviatore” del suo dolore, un po’ come il carbone vegetale per gli stitici.

Chi ne ha sofferto sa meglio di me che descrivere il proprio malessere a un estraneo nel modo più dettagliato e imparziale possibile è molto difficile, soprattutto a casa di un estraneo che non ti guarda negli occhi.

Pietro prova a descrivere i disagi che ha nel relazionarsi con le persone, e di come nonostante non sia di base una persona timida e abbia una vita sociale mediamente attiva soffra nel profondo senza un reale motivo e provi un senso di insoddisfazione qualsiasi attività sociale compia.

Crepet: “Tipo?”

Pietro: “Alle feste, in particolare a capodanno, mentre tutti festeggiavano, mi sentivo pervaso da un senso di angoscia.”

Crepet: “E’ normalissimo, ognuno è diverso nel relazionarsi, questo non è sintomatico di un disturbo. Gioca un’altra carta.”

Pietro si sente con le spalle al muro, il “gioca un’altra carta” trasforma tutto in un gioco retorico a chi esprime la propria opinione nel modo più coerente ed eloquente possibile.
Lui è un ragazzo di vent’anni affetto da un disturbo psicologico che fa una gara di retorica in un ambiente ostile (la casa/studio di Crepet) con un famoso psichiatra e sociologo che non lo guarda negli occhi in cui deve “giustificare” il suo malessere.

Rimane un po’ spiazzato, ma cerca comunque di dare la sua versione nel modo più preciso possibile, anche se, con la sua saccenteria, Crepet lasciava credere di aver compreso ogni cosa.

Pietro: “Ho sempre avuto una visione nichilista e cinica del mondo, una visione che mi ha impedito di adempiere alle mie attività e che mi ha tormentato per tanto. Solo ora credo di sentirmi meglio.”

Crepet sembra non dare peso alle parole, per lui questo tipo di visione è solo una peculiarità caratteriale.

Dopo più di sei mesi di farmacoterapia e psicoterapia Pietro è spiazzato alla velata notizia che tutto quello che ha passato è frutto della sua immaginazione. Le ultime due settimane fuori casa, prima di tornare a Roma, aveva smesso di prendersi cura della sua alimentazione, dell’igiene e si era del tutto privato dei contatti col mondo esterno, ritenendo che la vita non avesse alcun senso di essere vissuta e arrivando a credere di essere il solo (o uno dei pochi) al mondo ad aver scoperto quanto infelice sia vivere.

Pietro accarezzava l’idea di farla finita, il dolore e la prospettiva di un futuro altrettanto se non più doloroso lo inducevano a pensare quanto futile sia vivere e a quanto più facile sarebbe stato se non fosse mai nato.

La sua parte razionale lo ha salvato. Ha chiamato casa e la madre lo ha portato da uno specialista.

Pietro prova a descrivere un’altra volta e cerca di dare dei dettagli evidenti su quello che ha passato, ma Crepet alza gli occhi al cielo con aria di strafottenza.

Gli rivela che non soffre di alcun disturbo e che tutto questo è pura e semplice pigrizia. Il suo ritorno a casa era una fuga dai problemi, un’evasione dalle responsabilità per un ritorno al proprio nido familiare “con la mammina che ti cucina e con i soliti tre o quattro amici con cui esci la sera”.

Crepet schernisce in modo velato i precedenti dottori, la precedente terapia e tutti i controlli a cui Pietro si è sottoposto.

Crepet: “Perchè oltre all’elettroencefalogramma non hai fatto anche un controllo ginecologico? Avrebbe avuto la stessa utilità.”

Pietro lascia cadere una lacrima, la prima dopo otto anni in cui le emozioni erano state represse. I sensi di colpa lo hanno sempre tormentato il povero Pietro e sapere che tutto quello che i genitori avevano fatto per lui come le spese dei dottori, le tasse universitarie, l’alloggio all’estero, i voli, ma soprattutto il tanto sostegno (da lui ritenuto dannoso) erano frutto della sua inettitudine e pigrizia.

Crepet aveva infilato il coltello su una ferita aperta che si stava lentamente rimarginando.

Crepet: “Caro mio, stai crescendo e stai scoprendo che la vita non è tutta rosa e fiori e parte della crescita è saperlo accettare, accettando le conseguenti responsabilità e doveri.
Adesso hai due scelte: o prendi il primo volo e torni all’estero a studiare oppure vai da qualche pseudo-dottore che ti impasticcherà a vita e ti fai dare un foglio che certifica che sei malato di mente e non puoi lavorare, e campi di una pensione di invalidità. Un po’ come il reddito di cittadinanza al giorno d’oggi, vieni pagato per non fare niente e perdere tempo. E la chiami vita questa?”

Pietro: “No…”

Crepet: “E allora? Credo di averti dato una buona notizia, che magari tu che non volevi accettare le responsabilità non ritieni buona.”

Pietro: “Io non ho mai detto di non voler accettare le responsabilità…”

Crepet: “Mi dispiace caro, ma non basta dirlo. Lo so che per te questo è un discorso nuovo. Devi dimostrarlo.”

(Seconda Lacrima) Pietro: “Non lo è, mio padre me lo dice sempre.”

Ho conosciuto Pietro da quando aveva undici anni, ne sono passati nove e mi sono reso conto del suo cambiamento quando ne aveva diciassette.

I suoi occhi erano cambiati, il suo modo di approcciarsi agli altri e il suo stile di vita sregolato lo avevano fatto diventare una persona diversa, fino a quando all’inizio di quest’anno si è dissociato completamente dal nostro gruppo di amici.

E’ facile parlare di responsabilità quando la tua mente è in grado di reggere a una continua pioggia di problemi quotidiani, ma se hai problemi più grandi di te dentro la tua testa il mondo esterno diventa un mostro da affrontare.

Pietro ormai lo ha imparato e nonostante Crepet abbia infilato un coltello rovente nella ferita dei sensi di colpa facendolo piangere come un bambino dopo poche ore ha placato il suo conflitto interiore causato dai dubbi che lo stesso Crepet gli aveva impresso.

Pietro è un ragazzo intelligente ed è grazie all’equilibrio che hanno i suoi genitori che lo è diventato. Una madre devota e che mette la sua felicità al primo posto e un padre spartano che lo spinge verso il rigore e un comportamento corretto nei confronti della vita e del prossimo.

E’ grazie o a causa del padre se non ha mai dato peso al suo dissidio interiore portandolo al suo apice, o per lo meno a un punto in cui lui stesso si è reso conto di avere qualcosa che non andava.

Non tutti sono fortunati e forti come Pietro.

Se Crepet avesse fatto leva sui sensi di colpa con una persona emotivamente e psicologicamente instabile, come potrei esserlo io o come potrebbe essere lo stesso Pietro sei mesi fa, non esito a dire che non se la sarebbe cavata con un’ubriacatura e sarebbe ricorso a “soluzioni” drastiche, come la completa paralisi e apatia causate da un pensiero di inettitudine o addirittura il suicidio (da qui il titolo).

La mente umana è complessa e nessuno la comprende nè la comprenderà completamente in futuro. Eppure questo Paolo Crepet sembra aver capito del tutto quella di Pietro ancor prima che provasse a descrivere il suo malessere.

Personalmente sostengo sia facile attribuire la colpa dell’incapacità di reagire di un soggetto (sano o malato che sia) al soggetto stesso, un po’ come attribuire la colpa ai politici per la criminalità organizzata, l’immigrazione o altri fenomeni attuali ben più grandi dei capi del governo.

Non dirò che Paolo Crepet è stato un arrogante nel giudicare una persona in base a tre risposte (oppure solo guardandolo di sfuggita) e nemmeno che sia stato maleducato a dare opinioni scontate anche per le orecchie di un ventenne.

Quello che voglio dire è che colpire una persona debole nei suoi punti dolenti è dannoso ed è inutile riempirlo di luoghi comuni come il sacrificio e le responsabilità che sono alla base di una vita vissuta all’insegna del successo di cui Pietro, come tutti i ragazzi intelligenti, è consapevole.

Pietro piange e ha due motivi per piangere, uno esclude l’altro.

1) Paolo Crepet ha ragione, e lui è un inetto, pigro che non ha voglia di fare nulla per affrontare la vita per quella che è.

2) Paolo Crepet ha torto, e nonostante sia un completo incompetente che riesce a rovinare le persone e a infierire sui malesseri lo invitano a trasmissioni e scrive libri di discreto successo diventando un idolo e “influencer” per le menti delle persone comuni.

Nessuna delle due prospettive è lieta per Pietro perchè la depressione, o come la si vuol chiamare patologia o semplicemente malessere, deriva anche da una sua sfiducia nei confronti del mondo fomentata dallo stesso Paolo Crepet.

Sì, perchè durante la seduta ha spesso e volentieri denigrato le persone comuni dando credito alla grigia visione del povero Pietro.

Insomma… E’ facile dar credito alla prima opzione e incolpare una persona, ma sono convinto, che come dice Freud, “non siamo padroni nemmeno in casa nostra”. Il libero arbitrio viene meno quando hai qualcosa dentro che non ci dovrebbe essere e ogni psicologo, psichiatra, psicanalista o persona dovrebbe prendere con le pinze i comportamenti di una persona prima di accusarla.

E’ sicuramente più facile ammettere la prima ipotesi che fare una diagnosi dopo venti minuti come ha fatto Paolo Crepet.

Un po’ come dare la colpa ai tossicodipendenti per la propria tossicodipendenza, escludendo tutti i fattori ambientali e minimizzando il problema a un semplice abbandono alle sostanze inebrianti per incapacità di affrontare la vita con uno slancio superomistico.

Che dire… Bel modo di ragionare! E dico bello perchè è estremamente semplice da comprendere, un po’ come pretendere di comprendere appieno la teoria della relatività usando solo le quattro operazioni elementari. Sarebbe bello, ma è impossibile e ne deriverebbe un risultato sbagliato e fuorviante.

A me dispiace per il mio amico Pietro che sembrava aver quasi raggiunto una pace interiore e sperava di porre fine una volta per tutte al suo problema con una seduta con uno psichiatra di grande spessore.

Crepet: “Non puoi lasciarti buttar giù da un fallimento. Adesso vai e riprovi facendo poche storie!”

Pietro: “Sì, ma non è il fallimento il problema…”

Crepet: “E allora qual è? Ti dico una cosa e tu neghi sempre! Allora dimmelo tu il problema!”

Pietro: “Ci sto provando…”

Crepet: “Se non sai descrivere il tuo malessere allora non esiste! Sembra che tu voglia lamentarti a ogni costo quando non c’è nulla di cui lamentarsi.”

Pietro è ormai in lacrime, ma prova comunque a controbattere.

Pietro: “Io sono venuto qui per dirle i miei problemi, se lo definisce lamentarsi sarei potuto non venire. ”

Crepet: “Questo lo trovo molto offensivo ragazzo mio!”

Pietro: “Vorrei dei consigli, come dovrei comportarmi?”

Crepet: “Lo sai a memoria quello che dovresti fare: prendere il primo aereo e tornare a fare quello che devi fare. Oppure restare a casa a far niente, la scelta è tua.”

Pietro: “Ma io sono tornato a Roma perchè avevo dei problemi e ho paura di ricaderci. ”

Crepet: “Ancora?! Paura di cosa? Se vuoi rimanere a casa e prendere il reddito di cittadinanza fai pure! Sappi che la tua vita è sprecata.”

Il suo tono sprezzante e l’ormai incontrollato pianto lasciano Pietro senza parole, vorrebbe alzarsi e andar via solo dopo venti minuti, ma teme che così gli darebbe solo ragione e rivelerebbe di non accettare questa sua versione dei fatti.

Pietro sa che qualsiasi cosa dica lo psichiatra lo zittirà, infatti prova a parlargli delle voci e ai pensieri intrusivi che sente nella testa di notte e Crepet le attribuisce allo stress.

Insomma Pietro ha davanti una persona che non ha intenzione di cambiare idea qualsiasi cosa gli si dica che allo stesso tempo ha toccato un dei punti più dolenti della sua psiche.

Quello che mi chiedo è: un uomo che dedica la sua vita alle attitudini umane e alla mente delle persone che ha alle spalle un pluriennale esperienza non dovrebbe aiutare le persone? Che Pietro abbia o meno la depressione maggiore non posso dirlo, ma a livello umano è corretto trattare un tuo paziente così?

Per non parlare del disgusto con cui ha denigrato la città di Roma, i comportamenti della persona media e dei nostri governanti “che non azzeccano un congiuntivo”.

Un qualunquismo degno della più ignorante delle persone, esternato però da Paolo Crepet, non da un vecchio con la terza elementare mezzo ubriaco.

Una ipercritica nei confronti della situazione statale attuale accompagnato da un molto coerente pagamento in nero a fine seduta. Beh… Sappiamo che l’evasione fiscale è uno dei probemi più gravi, ma tanto lo fanno tutti… (solo che l’italiano medio è imbecille).

Un’ipercritica nei confronti del ruolo del genitore al giorno d’oggi che mi pare abbia espresso in molte occasioni fuori dal contesto del colloquio con Pietro, secondo cui i genitori di Pietro hanno peggiorato la situazione “rovinandolo”, solo perchè sono devoti in primo luogo alla sua felicità e solo poi al suo status sociale e lavorativo.

Io non credo a questi estremismi e credo che le argomentazioni di Paolo Crepet non siano applicabili indistintamente in ogni soggetto perchè non esistono solo il bianco e il nero. E qui ritorniamo al qualunquismo.

Con questo non voglio assolutamente offendere la persona Paolo Crepet, è solo buffo che parli di responsabilità e dopo solo un’ora in cui Pietro ha avuto l’onore di conoscerlo sia venuta a galla una bolla di ipocrisia. Per non parlare del fatto che abbia denigrato gli altri dottori che avevano e hanno in cura Pietro di cui lo stesso Pietro non si è mai lamentato e soprattutto da cui non è mai uscito in lacrime.

E in caso non lo avessi già detto, sto parlando di Paolo Crepet proprio perchè è una persona influente e dovrebbe in qualche modo distinguersi in meglio dagli altri dottori, invece la sola cosa che si evince (almeno a mio avviso) dal colloquio con Pietro è arroganza, qualunquismo e incapacità di relazionarsi con estranei (nè sani nè malati).

Credo, come ho già detto in un mio vecchio articolo che vi consiglio di recuperare (6 motivi che ti faranno mettere in discussione la società), che la società sia la principale causa dell’infelicità dell’uomo, Crepet sembra che lo sappia, ciononostante quello che predica è assecondarla facendo quello che ogni uomo DEVE fare. Deve fare secondo chi?

E perchè la vita di una persona che persegue questo fantomatico dovere sarebbe migliore di uno che non lo fa per un motivo o per un altro?

Il dovere non esiste secondo madre natura, eppure c’è e giustamente o ingiustamente ognuno deve adempiere al proprio e affrontare le situazioni difficili. Ma cosa succede quando devi fare una gara di velocità e differenza degli altri concorrenti devi saltare degli ostacoli via via più alti?

Sembra che non bastino due lauree e una carriera invidiabile alle spalle per capirlo, sembra che solo una persona che ha vissuto questa situazione molto da vicino possa capire. Paolo Crepet non sembra tra questi.

Ulteriori esperienze vissute in prima persona o in terza persona (come nel mio caso) con il soggetto in questione sono ben accette e vi invito a commentare qua sotto per dare la vostra opinione in merito con la massima educazione e pacatezza possibile qui sotto.

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fenice

 

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